L’Uomo, si sa, è un animale ansioso. O meglio pauroso. Il confine tra ansia e paura è certamente labile, gli stessi significati sono parzialmente sovrapponibili. Di certo quando si parla dei bimbi si prendono in causa le paure, quando si parla degli adulti si fa riferimento alle ansie.
Nella mia pratica clinica quotidiana posso affermare di incontrare questi stati d’animo in moltissimi pazienti e, certamente, posso ulteriormente affermare che gli adulti esprimono, spessissimo, le stesse paure che avevano quando erano bambini. Con l’aggiunta di una nuova: la paura della malattia.
Questo è un terreno minato dove non c’è pace per alcuno. Anche le persone più “forti” crollano di fronte alla sola ipotesi di avere in corpo qualsivoglia disturbo, anche il più lieve. Tanto viene ingigantito nell’immaginario che si pensa subito a qualcosa di certamente mortale. Se non è mortale che sia almeno invalidante. Se non invalidante di sicuro indebolente. Specialmente nelle relazioni sociali, così importanti per la salute dell’anima.
La paura della malattia è sempre esistita perché è insita nella natura umana. Tuttavia si rileva una sorta di recrudescenza proprio nel nostro tempo recente. Una volta, sino a 40-50 anni fa, era certamente meno rilevabile grazie al fatto che vi erano meno conoscenze in ambito medico. Meno conoscenze a tutti i livelli: dallo scienziato all’uomo comune.
L’aumento di conoscenza porta, in tutti i campi del sapere, all’aumento della distanza tra lo “specialista” e l’uomo comune. Che si traduce nella perfetta incomunicabilità tra i due. In questo modo la Medicina iperspecializzata, iperstrutturata, iperefficace(?), diventa uno strumento di pena per il povero mortale che, se prima ne capiva poco, adesso ne capisce meno. E quando non si capisce si ha paura. Logica straziante, inequivocabile e innegabile.
A questo occorre aggiungere che l’entrata in campo di strumenti diagnostici sempre più raffinati ci ha portato alla diagnosi precoce di qualsivoglia disturbo/malattia/sindrome. In questo modo è aumentata vorticosamente la diagnosi, anche in giovane età, di malattie più o meno gravi (aggiungerei anche più o meno serie). Peccato che nessuno spieghi ai comuni mortali il significato, in termini di giusta preoccupazione, delle definizioni superastruse della medicina ipertecnologica.
Quando non si conosce si ha paura. Quando non si capisce si ha paura. È la grande paura dell’ignoto che è diventata, per i motivi esposti sopra, paura della malattia. Oggetto, appunto, ignoto. Quando chiedo ai miei pazienti se hanno delle paure, quasi sempre mi rispondono che hanno paura di morire. Morire di cosa? Di un tumore. C’è poco da fare, è diventata un’ossessione. La stragrande maggioranza delle volte assolutamente ingiustificata, eppure è così.

Sono convinta che un dialogo costruttivo tra il medico e il paziente sia la chiave di volta per uscire da questa tragedia collettiva. Tragedia tutta virtuale perché la maggioranza di queste persone non sono malate, naturalmente. Ma temono la malattia come la peste nera del ‘300: inarginabile. La temono perché non sanno più che cosa è la malattia. Se non la conosci non la puoi capire, controllare, difenderti.
Davanti alla diagnosi certa di una malattia cronica (più o meno invasiva) come: cancro, artrite reumatoide, distrofia, Parkinson, varie forme di fibrosi, etc… ci si trova di fronte al tradimento del proprio corpo. E come tutti i tradimenti che si rispettino la prima risposta è la negazione della realtà. Poi c’è la fase della ribellione. Poi arriva quella della contrattazione. E poi arriva la fase cruciale, quella depressiva, seguita, o meno, dall’accettazione della malattia.
Qui entra in causa in modo determinante il rapporto medico-paziente. Il sostegno del medico può fare la reale differenza e influenzare in modo inimmaginabile il decorso della malattia. Checché se ne dica. Inutile pensare/sperare che il paziente trovi le risorse dentro di sé, come si dice sempre. L’apporto del medico è fondamentale: il paziente va motivato, incoraggiato, ben informato.
E su questo ultimo punto si apre una diatriba: quasi tutti informano il paziente circa la bontà della terapia consigliata (naturalmente un protocollo ben preciso e uguale per tutti, dove i grafici e le percentuali si sprecano). Quasi nessuno si prende la briga di spiegare bene al paziente in che cosa consiste la sua malattia. Che, come tale, rimane oggetto sconosciuto, quindi ingestibile. E parte l’ansia.
Sono assolutamente e fermamente convinta che se tutti ci occupassimo di informare bene il paziente sulla reale essenza della sua malattia, gli potremmo regalare un po’ di guarigione. Qui, più che mai, le parole sono pietre. Portare conoscenza significa dare alle persone l’opportunità di trovare gli strumenti per gestirla. Siamo tutti consapevoli che sapere è potere. Anche e soprattutto in Medicina.
Non è pensabile che il paziente possa/debba fare tutto da solo. La malattia non lo mette “in condizioni di”. Basta riflettere sul fatto che: i bambini non sono abituati a confrontarsi con i medici, gli adolescenti non accettano restrizioni nella loro vita, le donne tendono a una maggiore attenzione solo durante la gravidanza, i giovani sono preoccupati per la loro carriera, gli anziani non vogliono cambiare le loro abitudini. Qundi?
Sosteniamoli, regalando chiarezza. Ottenendo guarigione.
E il paziente? Che cosa deve fare il paziente? Pretendere onestà intellettuale. E il giusto rispetto della dignità umana.