Attimi interminabili di sospensione totale, in cui l'unica certezza è morire. Più precisamente SOFFOCARE. Prima di tutto questo c'è una convinzione: essere soli, senza aiuto.
Al di là di tutte le spiegazioni di carattere tecnico (saranno utili?), di certo posso affermare, per esperienza clinica, che l'attacco di panico NON è qualcosa di subìto. Ma viene minuziosamente ricercato. Con la stessa dovizia con cui si ricerca un quadrifoglio in un bel prato verde.
Basta un momento in cui si ritrovano da soli, con la consapevolezza che nessuno, ma proprio nessuno, possa aiutarli. E parte il meccanismo perverso della ricerca spasmodica, compulsiva e circolare di un pensiero che fa male. Che genera dolore psichico.
Dopo un attimo il pensiero arriva, e parte qualcosa di violento che sale e immobilizza. Una paralisi dello spirito. Un fermo immagine spaventoso. La consapevolezza è quella di morire. Soffocando.
Ma l'obiettivo non è stare male. No no. Da come l'ho introdotto sembra masochismo, ma non è così. Anzi. L'obiettivo, unico e assoluto, è il bisogno di attenzione. Il bisogno di essere gli unici ad avere il diritto di attenzione. Attenzione vissuta come un privilegio, come l'unico privilegio che veramente conta.
Certi di averne il diritto, come per un marchio presente dalla nascita, lo pretendono.
Gelosissimi se solo percepiscono che qualcun altro (fratelli, cugini, amici e parenti vari) possa godere, ingannevolmente, di una quota microscopica di affetto da parte di chissà chi. Naturalmente non c'è bisogno che questo avvenga realmente, è sufficiente che loro lo sospettino. Lo subodorino. Diventa immediatamente realtà.
Ed è subito ansia. Angoscia di essere i secondi, per loro esiste solo il numero uno. L'intima sofferenza, profonda, di non essere considerati. Quantomeno non nel modo in cui loro vorrebbero esserlo. Si sentono ignorati, snobbati, evitati, ESCLUSI ed emarginati.
Vogliono l'esclusiva. Pretendono di essere i soli e gli unici. E gli altri? Gli altri?!?!? Quali altri?
Se entriamo, per sbaglio, nel campo delle paure, le hanno tutte. Dalle più irrazionali alle più concrete, non ne lasciano per strada nemmeno una. Tra le irrazionali, forse quella più forte è la paura dei ragni. Non mi dimenticherò mai di Marnia e del suo "io ed un ragno non possiamo stare nella stessa stanza". Me l'ha detto con determinazione, concentrazione e calma assoluta, guardandomi dritto negli occhi.

La paura della malattia è presente all'ennesima potenza. Ipocondriaci assoluti, si sentono addosso qualsiasi sintomo. Attenzione, non è una banale immaginazione: avvertono i sintomi dolorosi nello stesso modo in cui li sentono le persone che hanno un disturbo tangibile, nonché rilevabile, con gli esami diagnostici classici. Da persone sane quali sono, sentono come gli ammalati.
Il pensiero della contaminazione li terrorizza. Il solo immaginare un possibile contagio può far partire il panico. Puliscono, disinfettano, sterilizzano, purificano, depurano. Non a caso si sentono sporchi, contaminati, intossicati, avvelenati, infetti. Praticamente già ammalati. Di cosa? Almeno di un tumore, di meno non potrebbero accettare.
Utilizzano il controllo come uno strumento per difendersi dalle sorprese. Nel senso di imprevisti, naturalmente. Refrattari a qualsiasi tipo di novità, mettono in campo tutto quello che possono per avere tutto sotto controllo. Fanno un sacco di domande, di ogni cosa chiedono il perché ed il percome. Devono sapere tutto: l'ignoto li impanica. L'gnoto non è controllabile.
Prevenzione è la parola d'ordine. Prevengono qualsiasi cosa a qualsiasi livello, specialmente le malattie. Si vaccinano (e vaccinano i propri figli) senza pietà. Se vanno in un paese straniero, che sia solo minimamente a sud del globo, fanno qualsiasi tipo di profilassi. Mangiano scatole di integratori alimentari, come se il cibo fosse qualcosa di non nutriente.
Incredibile, il cibo è tutto.
Non parliamo poi della sessualità, vissuta sempre (dalle donne) come violenza fisica. Ogni volta qualcosa di subìto, come un abuso. Sempre la sensazione di essere oggetto e mai soggetto. La consapevolezza interiore di essere usate. Prese, usate, gettate. Belle statuine e/o soprammobili.
Stanno male, malissimo. Vivono una vita d'inferno. Hanno l'ansia sempre. SEMPRE. Paura sempre. Angoscia sempre. Arrivando alla sintesi ultima: hanno paura della paura. In anni di esperienza sono arrivata alla conclusione che peggio di così non si può vivere. Non c'è malattia che tenga, i più sofferenti sono loro. I malati nell'anima, senza la consolazione di una diagnosi certa.
Nella mia pratica clinica incontro molti di questi pazienti perché molti di essi sono anche bulimici. Non nascondiamocelo: sono i pazienti più difficili in assoluto. È difficile per loro uscirne perché è difficile, per noi, sia capirli che, di conseguenza, guarirli. Tuttavia, con dedizione e spirito di ascolto, ce la si fa. Capirli=guarirli. Diversi sono i casi, per così dire, rifioriti. Tornati al piacere delle cose semplici, alla condivisione.
Guariranno quando si accorgeranno che esiste l'altro. Che l'altro c'è, ESISTE. A tale proposito non mi dimenticherò mai di Pippo, una persona spettacolare per limpidezza e semplicità. Alla domanda di quale fosse il suo primo valore, mi ha risposto "accorgersi che esiste l'altro". Memorabile.