Uno dei disturbi che io osservo di più nei miei pazienti, e che tratto quotidianamente come nutrizionista nella mia pratica clinica, è il Diabete.
Quante persone hanno il diabete…..le ultime stime parlano di circa 2.000.000 di diabetici in Italia. E c'è la previsione di arrivare ai 5.000.000 nel 2025.
Partiamo col dare una definizione semplice di diabete, una definizione breve, comprensibile e chiara per tutti: il diabete è l’incapacità dell’organismo di controllare il livello degli zuccheri nel sangue, cioè il livello della glicemia.
Esistono fondamentalmente due forme di diabete: il Tipo 1, che normalmente ci portiamo dalla nascita, e il Tipo 2 che insorge con l’età. Nel diabete tipo 1 c’è un vero e proprio “difetto di fabbrica”, per così dire, che consiste nel fatto che il nostro pancreas non produce insulina e quindi non può in alcun modo gestire il livello glicemico del sangue. Nel diabete tipo 2, invece, l’insulina c’è, viene prodotta dal pancreas, tuttavia non è quantitativamente sufficiente (oppure non è in grado) di svolgere bene il suo lavoro, che consiste nel veicolare il glucosio dentro la cellula. Immaginate che il glucosio contenuto nel sangue, che abbiamo immagazzinato attraverso il cibo, debba entrare nelle cellule di tutti i nostri organi. Ebbene, l’insulina è la chiave che apre la porta delle cellule. Se l’insulina non c’è, o non è sufficiente, o è arrugginita……il glucosio non entra nelle cellule e rimane in circolo, nel sangue. Ecco perché ci si ritrova con la glicemia alta.
C’è una soluzione? Anzi, c’è la soluzione? Si, naturalmente: bisogna imparare a mangiare.
In questo caso, rivolgersi a un professionista della nutrizione significa dare una svolta importante alla propria vita, nel senso di cambiare lo stile di vita, per ottenere indubbi vantaggi circa i livelli della glicemia e "guadagnare" salute.
E’ una convivenza difficile quella con il diabete. La diagnosi spesso arriva all’improvviso e con essa tutte le ansie legate alla comparsa delle gravi complicanze che sono associate alla malattia. Alcune di queste sono note da tempo e i pazienti ne parlano liberamente con il medico: è il caso delle malattie cardiovascolari e della retinopatia, che sono tra i principali fattori di rischio associati al diabete. Altre complicanze sono vissute in silenzio, come ad esempio la disfunzione erettile, la difficoltà psichica nel volgersi all’altro nel rapporto sessuale.

Ricordiamo anche che il diabete è la prima causa di insufficienza renale, sia in Europa che negli stati Uniti. E quindi abbiamo all’orizzonte, per i casi più gravi, lo spettro della dialisi. Attualmente il 10% dei dializzati è affetta da diabete (ricordo che i diabetici sono 2.000.000, il 10% significa 200.000 persone in dialisi a causa del diabete. Vi do un dato nostrano: il Registro Dialisi e Trapianto della regione Veneto mostra, ad esempio, che nel ’97 la percentuale di diabetici fra i nuovi casi di dialisi era del 10,9% e che la percentuale è aumentata progressivamente fino a raggiungere il 18% nel 2000. Non sono numeretti…..Attualmente nella fascia d’età tra i 46 e i 75 anni, il diabete è responsabile di oltre un terzo dei casi di dialisi.
Quella con il diabete è una convivenza difficile eccome. Per non parlare dell’inesorabile appuntamento quotidiano con l’autocontrollo della glicemia e con le terapie che hanno delle inevitabili e dirette ripercussioni sull’organizzazione quotidiana e di conseguenza sulla qualità della vita. Una realtà complessa quella del diabete…….dove il paziente si confronta quotidianamente con gli orari dei pasti, non parliamo di quelli che seguono la terapia insulinica che è legata a regole e orari molto rigidi, per non parlare delle gravi rinunce alimentari solo perché nessuno ha spiegato al paziente cosa/come mangiare. Poi c’è il confronto quotidiano con con le possibili complicanze della malattia, di cui la retinopatia è la più sentita (c’è sempre questa spada di Damocle della cecità che pende…..). Poi non parliamo del rinnovo della patente, vissuto sempre come uno shock.
Evidenze cliniche internazionali hanno dimostrato che è possibile prevenire la malattia nella popolazione generale ed, inoltre è possibile curare bene le persone che ne sono già affette: il cibo è in grado di prevenire il diabete o, nei casi più refrattari, di ritardare la comparsa delle manifestazioni cliniche del diabete.
La lotta contro l’obesità e il soprappeso corporeo, ad esempio, comportano un impegno che và al di là dell’assistenza sanitaria, perché incide nel costume, nello stile di vita, nell’informazione, nell’istruzione primaria, e, non ultimo, anche nelle politiche industriali delle aziende del settore alimentare.
Risulta chiaro che per ottenere dei risultati non ci si deve limitare a intervenire sul paziente, una volta che la malattia è conclamata. Ma si deve operare direttamente nella collettività informando su che cosa è il diabete, su quali sono gli elementi che possono accelerarne la progressione, intervenire sui soggetti che sono già avanti in questo percorso aiutandoli a invertire la rotta, ma soprattutto intervenire sugli elementi che agiscono in modo positivo educando le persone a uno stile di vita nuovo che, non solo li aiuterà a gestire e risolvere questa malattia cronica ma, incredibilmente, li porterà a uno stato di salute impensabile prima. Questo perché incidere sullo stile di vita, attraverso il cibo, significa liberarsi di tutto un insieme di segni e sintomi che “girano” attorno al diabete e che aggravano/appesantiscono lo stato generale del paziente.